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Oriente

Kisimayo, cade l'ultima roccaforte di al Shabab

Cade l'ultima roccaforte degli integralisti dopo l'arrivo nel porto somalo dell'esercito di Mogadiscio appoggiato in forze dalle truppe kenyane dell'Oua.

Giuliana Sgrena
martedì 2 ottobre 2012 08:56

È caduta l'ultima roccaforte degli al Shabab somali dopo l'arrivo nel porto di Kisimayo delle forze armate somale appoggiate da quelle kenyane appartenenti all'African Union mission in Somalia (Amisom).
Gli al Shabab non hanno opposto praticamente resistenza definendo la loro ritirata una «tattica militare». Nella notte tra domenica e lunedì le ultime bombe sparate da una nave da guerra avrebbero distrutto alcuni loro rifugi, ma hanno ucciso anche due civili. La ripresa del controllo della città portuale è stato relativamente facile perché preceduto anche da un accordo con i vari capi tribali locali. La popolazione non ne poteva più dell'anarchia regnante con la presenza degli estremisti islamici. E ora spera che la situazione possa cambiare. Probabilmente torneranno anche quelle 12.000 persone che avevano abbandonato la città (con una popolazione stimata tra le 160-190.000 unità) temendo una sanguinosa battaglia.
Ieri, comunque, secondo testimoni ripresi da varie agenzie, la città si presentava tranquilla: sono riprese le attività commerciali mentre le forze militari si sono dislocate al di fuori di Kisimayo. All'interno della città sono però rimasti 450 militari accampati nelle caserme della polizia. Certo gli al Shabab cacciati da tutte le città somale, indeboliti dopo la partenza dei mercenari stranieri impegnati ora sul fronte siriano e senza grandi risorse finanziarie, non potevano far altro che abbandonare la città. Kisimayo è sempre stata strategica in tutte le battaglie per il controllo della Somalia, anche perché attraverso il porto possono arrivare i rifornimenti di armi. Non solo. Kisimayo era anche un centro da cui partivano molti pirati che prendevano in ostaggio le navi e finanziavano al Shabab. Per questo il traffico delle navi dirette a Mombasa (in Kenya) si era molto ridotto. Non solo per il rischio, ma anche per i costi delle assicurazioni che facevano lievitare il prezzo delle merci. Tuttavia la pirateria aveva già subito un forte calo dall'inizio del 2012.
La ripresa di Kisimayo è un test importante per il nuovo presidente Hassan Sheikh Mohamud - eletto il 10 settembre all'unanimità dal parlamento - anche se il ritiro di al Shabab non è una garanzia del ritorno della sicurezza. Il nuovo presidente ha meno esperienza politica del suo predecessore Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, che aveva una base forte e violenta ed era avvezzo agli intrighi politici. Comunque l'inesperienza che potrebbe essere considerata una debolezza potrebbe essere anche la forza di Mohamud, fondatore del Partito per la pace e lo sviluppo, considerato il «braccio somalo» dei Fratelli musulmani. Tenere insieme le varie fazioni e clan somali dopo decenni di scontri armati non sarà semplice, ma il popolo sembra apprezzare il fatto che il nuovo presidente sia un accademico e che abbia lavorato con la società civile.
Se formalmente il presidente, con l'aiuto delle forze dell'Amisom, ha ripreso il controllo delle città non controlla invece il «bush», dove hanno le loro basi gli al Shabab che hanno adottato la «tattica militare» del ripiegamento per dedicarsi alla guerriglia più consona alla loro formazione. E soprattutto dove andranno gli al Shabab che hanno lasciato Kisimayo? Si accontenteranno di collocare ordigni artigianali per far saltare per aria militari o civili? O di provocare stragi con autobombe? Oppure si dirigeranno verso il Kenya per tenere sotto pressione le forze kenyane che sono impegnate anche in Somalia? Già l'attentato di domenica a una chiesa, che ha provocato la morte di due bambini, è stato attribuito a al Shabab proprio come possibile ritorsione all'impegno dei militari kenyani in Somalia.
L'obiettivo di al Shabab potrebbe anche essere quello di provocare instabilità in Kenya in vista delle elezioni che si terranno nel marzo del prossimo anno. Occorre aggiungere che, indipendentemente dagli integralisti somali, la violenza sta aumentando nel paese.
Una destabilizzazione dell'area non faciliterebbe senz'altro il compito del presidente Mohamud di riportare la pace in Somalia, dopo tanti anni di guerra che hanno distrutto il paese. Del resto il futuro della Somalia sarà certo condizionato dai paesi vicini - in particolare Kenya e Etiopia - che non hanno mai rinunciato ad interferire con tutti i mezzi, anche attraverso l'appoggio a milizie locali o intervenendo con le loro forze militari.

il manifesto, 2 ottobre 2012

Commenti
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